Culture del terrore e della violenza

Pisa

Seminario CRPG Pisa 
23 settembre 2023
Culture del terrore e della violenza” 
Prof. Fabio Dei

A cura di: 
Marta Francesconi (Socio IIPG) e Paola Grassini (Socio CRPG Pisa)

Anno Editing: marzo 2026

Abstract

Fabio Dei afferma che generalmente lo sguardo dell’antropologo ha per oggetto le strutture ordinarie del quotidiano, il suo campo di osservazione si è poi allargato a tematiche attuali e comunque da sempre presenti nella storia dell’umanità. Da molti anni, Dei si è trovato a fare ricerche su eventi storici drammatici come stragi, violenze, esperienze di terrore con conseguenze traumatiche profonde. Il filo conduttore del seminario è stato l’intreccio con la dimensione storica e psicoanalitica. Mantenendo la necessaria distanza dagli eventi traumatici, è emersa la necessità di calarsi nel tessuto sociale e umano profondamente ferito per raccogliere ed elaborare memorie ancora intrise di rabbia e dolore non ancora elaborati. Rivisitare le stragi perpetrate nei confronti di civili dai nazisti e fascisti in Italia ha fatto emergere una sorta di storture nella memoria (“memoria divisa”) dei sopravvissuti. Ricerche accurate e approfondite hanno mostrato “falsi ricordi” dei testimoni, confrontati con documentazioni storiche diffuse ed accertate. Ma se gli storici non possono andare oltre le documentazioni di ciò che è accaduto e se gli antropologi e gli psicoanalisti si occupano della natura umana, come si pongono tra loro queste diverse discipline? Dei si addentra nel tema della guerra utilizzando gli scritti freudiani, il saggio del 1915 “Le osservazioni attuali sulla guerra e sulla morte” e il carteggio tra Einstein e Freud “Perchè la guerra” del 1932. In entrambi questi scritti l’idea di fondo è che la civiltà prevede vincoli morali deboli e precari per l’uomo. Freud, uomo dell’ottocento, sostiene che, pur fragile, la civiltà è propria dell’Europa ma non è presente nella maggior parte dell’umanità. Freud concorda con Frazer (antropologo di epoca vittoriana, autore del “Ramo d’oro”) che utilizza un’immagine geologica molto efficace: “la civiltà è una striscia sottile e fragile di roccia sotto la quale ribolle un vulcano”, per lui il pensiero magico, per Freud, l’inconscio. Secondo Fabio Dei nello scritto del 1915 Freud, attribuisce una grande importanza al contesto della guerra e alle motivazioni storiche che la scatenano e ritiene che sia questo contesto a spiegare determinate reazioni della psiche individuale. Inoltre pensa che le violenze e le atrocità che si verificano siano del tutto in contrasto con la coscienza morale dell’individuo in tempo di pace. Dei osserva come Freud appaia profondamente deluso ed amareggiato “sia per il comportamento degli stati che per quello degli individui…”. Nello scritto del 1932, viceversa, emerge il tema dell’eterno contrasto tra Eros e Thanatos, tra pulsione di vita ed istinto di morte per cui alla base della guerra vi sarebbero dinamiche pulsionali individuali Dei prosegue nella sua riflessione sull’uomo e sul contesto ed afferma quanto la guerra sia il caso specifico di una situazione sociale terrificante che influenza necessariamente il comportamento morale dell’uomo, cambia totalmente la prospettiva e libera l’uomo dall’eterno dibattito : nella natura umana c’è bontà o cattiveria? Molti studi sono volti a comprendere le ragioni che, durante il secondo conflitto mondiale, hanno determinato violenze di massa (Shoah, Hiroshima). Hannah Arendt attribuisce alla modernità, alla organizzazione razionale, l’attuazione di stermini come quelli a cui abbiamo assistito ma aggiunge che, come affermava anche Freud (1915), la coscienza morale non è data una volta per tutte ma si trasforma in base al contesto sociale. A questo proposito, negli anni sessanta del secolo scorso, Stanley Milgram condusse un esperimento il cui obiettivo era lo studio di soggetti ai quali un’autorità (uno scienziato), chiedeva di eseguire delle azioni in contrasto con i valori etici e sociali dei soggetti stessi. Una percentuale altissima di questi studenti obbedì allo sperimentatore pur non essendo obbligati. Dei si chiede se esiste una coscienza naturale, una pietà istintiva che derivino dalla natura umana o se, in determinati contesti sociali, ognuno di noi può trovarsi in condizioni di sospendere la coscienza. Secondo Freud il bambino è amorale e acquisisce la propria coscienza morale attraverso un faticoso lavoro di accettazione della frustrazione. Secondo Hannah Arendt invece esiste una morale naturale che viene inibita attraverso un certo tipo di azioni sociali. Dei introduce un altro fattore che va a determinare l’emergere del bene o del male, si tratta del fattore culturale. Codici culturali specifici come “fare grande la nazione o difendere la libertà”, possono ad esempio costruire una cultura della guerra intesa in senso positivo che ha a che fare con una razionalità politica e geopolitica. Al tempo stesso Dei cita Von Clausewitz (Generale prussiano 1780-1831) il quale ammetteva che quando la guerra entra in gioco, finisce per seguire una logica che si distanzia sempre più dai suoi obiettivi razionali. Con la guerra si ridefinisce tutto, le regole morali, le proprie stesse emozioni, le norme dell’interazione sociale. Questa trasformazione diventa dunque di ordine culturale e non una semplice ricaduta nel furore naturale. E’ inquietante constatare che molti racconti di guerra descrivono intense emozioni di piacere provate dai soldati nei combattimenti faccia a faccia, “la strage poteva essere paragonata ad un’esperienza orgasmica, carismatica” o, ancora, la degradazione dei cadaveri era praticata come un’iniziazione al potere di vita o di morte sull’altro. Dei conclude con una riflessione intorno alla possibilità che il progresso, il consolidamento della civiltà possa vincere o meno sugli effetti nefasti che la guerra può produrre sulla nostra personalità corrompendo la nostra salda coscienza morale. Si chiede se laddove sono state compiute le più orrende efferatezze, sia dipeso da un “difetto di civiltà” che non ci riguarda o, piuttosto, perchè la guerra risulta essere un contesto di pratiche umane che definisce un proprio regime morale e costruisce un certo tipo di personalità e di attori sociali che potremmo essere anche noi stessi.

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